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Massimo Salvianti

Massimo Salvianti Forse la colpa è di mio nonno  filodrammatico. Di  fatto  ho debuttato in teatro a sei anni anche se mia madre (Gigliola da "La fiaccola sotto il moggio", non so se mi spiego) diceva sempre che non mi divertivo affatto e che mi addormentavo nelle pause fuori scena. Ho comunque imperversato nelle parti di bambino sui palcoscenici della provincia toscana, tra commedie in vernacolo e veri drammi per sei o sette anni e, sempre mia madre diceva che decise che da grande avrei fatto l'ingegnere, quando nel '63, o '64 al momento del fatidico sparo che uccide il fanciullo dei "Sei personaggi" in sala si udì chiaramente un ohhh di sollievo. A fare l'ingegnere non c'ho neanche provato, anche se fare il Gadda, per il quale stravedevo e stravedo, era un'idea che non mi dispiaceva a diciott'anni. Ma dicono che il teatro sia come un virus ed eccomi nei primi '70 a capo di scalcinatissimi e politicizzatissimi "gruppi di spettacolazione di  base" (non so che farci, si diceva così), sempre negli stessi teatrini delle filodrammatiche o delle case del popolo, a massacrare Brecht, o il Neruda di "Joaquin Murieta" o, nel migliore dei casi a rappresentare grandi collage dal titolo appena un po' didascalico come "Promessa di Lotta", "El pueblo unido..." e via pedalare. Fantastici quegli anni, lo dico senza ironia. Mi sono sempre divertito, anche se mi rendevo conto di essere proprio sulla soglia del ridicolo. Poi la crisi. Quella di tutti: il post '77, il post brechtismo e ho fatto un piccolissimo, modestissimo, amatissimo Beckett (il Godot) con il teatro accademico di Firenze, un gruppo universitario autogestito nato e morto, ma che fu per quel pochissimo tempo in cui operò una gran bella storia. E Beckett è rimasto, da allora, sempre, come lo portassi in tasca, non libro di massime, ma presenza viva, dolorante e insieme grottesca e comica della condizione di tutti. Insomma riflusso, primi anni ottanta, che il diavolo se li porti, diceva mio padre, ex partigiano, comunista innamorato di Hemingway e di Steinbeck, che senza conoscere Vittorini aveva già messo assieme, per me e i miei due fratelli una piccola ma interessantissima biblioteca fatta di testi tutt'altro che banali, e quasi tutti americani. Allora ho fatto il clown! Ho fatto  tutti i Santarcangeli possibili e immaginabili, tutti gli stages, i seminari, gli incontri, i laboratori che mi capitavano a tiro. Grotowsky, Barba, Beck, Fo, perfino Bene, ma anche il mimo Melville, Boal con il suo teatro invisibile, e poi Brook, Carrière, Angelo Corti, Roberto Bacci e tutti i Pontederesi. Tante cose. Che poi sia rimasta qualche briciola, non saprei, so solo che ho fatto per quattro anni il clown fin dentro un circo e che è stato bello e duro. Tutto il resto poi mi sembra ieri anche se comincia nel 1983, comincia a dar risultati nell'ottantasette e ci sono ancora dentro. L'incontro con Ugo Chiti, drammaturgo e teatrante proveniente dal gruppo di Pier'Alli ma con la voglia di fondare un teatro delle radici e della memoria, una trentina di suoi testi interpretati quasi tutti da protagonista, un progetto bellissimo appunto sulla memoria e sulla lingua toscana, una bella boccata d'aria, almeno così mi è sembrato, e i premi e i riconoscimenti. Io nel frattempo scrivo e metto in scena, quasi per la legge del contrappasso, cose che con le radici hanno ben poco a che vedere: esercitazioni, all’inizio messe in scena con pochi mezzi, quasi valvole di sfogo per non appiattirsi su un unico aspetto del mio lavoro di attore. E ci sono stati testi teatrali veri e propri, segnalazioni a premi importanti con “Benvolio”, “il Permesso” e “Niente da fare” che vanta anche una mise en espace al Piccolo Teatro di Milano. Il premio Vallecorsi e l’Extracandoni nel 2007 per “Lina, quella che fa brutti sogni”. E qualche film, anche importante con partecipazioni ne “La vita è bella” di Benigni, nel “Don Milani” dei fratelli Frazzi e poi i Taviani, Nuti, Benvenuti, Ugo Gregoretti… solo per citarne alcuni.

È venuta poi la direzione della compagnia stabile dell’Università di Siena e di quella del reparto massima sicurezza del carcere “la Ranza” di San Gimignano, due esperimenti diversissimi che guarda caso riprendono gli inizi della mia carriera, questa volta non da attore, ma da regista, autore e insegnante. Insieme alla direzione e al coordinamento di diverse esperienze a metà strada tra la ricerca storica e sociale e lo spettacolo a Prato, Poggibonsi, Firenze dove mi sono occupato soprattutto delle vicende legate al passaggio dell’ultima guerra e alla trasformazione socio-economica dei vari territori, con la produzione di spettacoli ed happening, fino alla scrittura di un testo in collaborazione con Ugo Chiti sulla “notte dei ponti” del 4 Agosto 1944 a Firenze. Soprattutto queste ultime attività, insieme all’impegno nel progetto “La memoria raccontata” che riunisce Arca Azzurra con il Laboratorio Amaltea e la mia ultima creatura, il “TeAtro delLE Storie”, mi ha portato alla scrittura e al coordinamento di diverse produzioni di teatro della memoria storica e sociale, su tutti una storia della mezzadria basata su una serie di straordinarie interviste fatte dalla CGIL in occasione del centenario del sindacato alcuni anni fa, il racconto di due stragi nazifasciste, quella di Montemaggio e quella di Pratale. Quest’ultimo lavoro è diventato un libro DVD per l’editore Titivillus che aveva in precedenza pubblicato il mio “Lina” e con il quale lavoro da diversi anni come prefatore e curatore di pubblicazioni come quella sui 25 anni di Arca Azzurra. Una parola soltanto per un’altra grande passione, l’ennesima: la poesia e la sua lettura ad alta voce. Passione che mi ha portato  a essere scelto come lettore in molte manifestazioni importanti soprattutto in occasione di omaggi e premi assegnati al grandissimo e compianto Maestro Mario Luzi.

GIOVEDÌ 18 SETTEMBRE 2014 ORE 21:00
Teatro Verdi

Spettacolo in prima nazionale con Massimo Salvianti. Drammaturgia e regia di Daniela Nicosia

Lo spettacolo è a pagamento. Ingresso: intero €15, ridotto €12. Biglietti on-line dal 30.07 (www.comunalegiuseppeverdi.it), in Teatro dal 6.09. Tel 0434 247624
A cura del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone